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De Deo, medico criminologo, ripercorre brani della sua esperienza vissuta per quarant'anni in carcere..
L'uomo medico e l'uomo detenuto si sono rincontrati per riprendere un discorso interrotto. Nelle Storie dal carcere – L'uomo nel giardino dai crisantemi rossi : emozioni, delusioni, amarezza crescono e si visualizzano nelle diverse storie. Il medico del carcere come attore (in senso professionale) ha superato le sue crisi di identità modificandosi e adattandosi a una realtà che dentro e fuori del carcere era in continua evoluzione. I mali fisici e psichici dei detenuti andavano osservati in modo più complesso.
La genesi e la dinamica del tipo di reato commesso dal deviante, fanno parte di un modo di essere dello stesso nella sottocultura della violenza e quindi della sua personalità che va osservata e valutata.
A completare la descrizione di personaggi e di situazioni imbarazzanti come medico criminologo ho descritto nei tre saggi: Il canto incatenato, Il tatuaggio ed I gerghi della malavita, la storia di qualcosa di primitivo che si cela nei canti della mala, nel gioco paradosso dei tatuaggi e della parlata segreta propria dei gerghi.
Nei canti della "Vicaria" e della camorra la molteplicità degli stati d'animo (paura, odio e amore) con la quale sono vissute dai mafiosi e camorristi la "villeggiatura", viene espressa con diverse sfumature.
Se il cantare non è possibile, in quanto il messaggio è stato decifrato, si comunica con una specie di telegrafo vocale come il fischio. Solo il carcerato sapeva interpretare i ritornelli in voga come messaggi criptati.
Il culto, la tradizione della "marca", dei "segni", dei "nziti", della devozione e santini sono i termini con cui vengono chiamate le iconografie laiche-spavalde e disperate con cui si tatuano i carcerati.
Una delle ragioni più profonde per le quali insorge nel ristretto il bisogno di tatuarsi è il voler riconoscersi nei simboli che abbisognano si essere verificati nella realtà che li circonda; quando questa diventa "vuoto" si dissolve tutta la simbologia nella quale la personalità è strutturata, allora sorge incoercibile la necessità di "fotografare" sulla pelle le immagini del proprio mondo, i cui contorni vanno facendosi sfocati nel labirinto della memoria.
La semiotica delle figure tatuate è da verificare e non da asserire. Il bisogno esigenza del singolo di soddisfare pressanti istanze intrapsichice sollecitate e scaturite dell'ambiente, come il carcere, spingono a realizzare i messaggi e i simboli.
Il tatuaggio non è solo immagine ma messaggio visivo, sulla pelle usata come palcoscenico aleggia lo spirito che aveva spinto il detenuto a far rappresentare ciò che doveva essere compreso, ricordato e fatto sapere come messaggio significante e come messaggio significato.
L'aspetto più drammatico del tatuaggio è l'autolesionismo nella ribellione. In personalità orgogliose, che credono fortemente nella validità di certi valori della sottocultura della violenza, che hanno rigettato schemi e norme della società costituita e che hanno codici personali che li pongono al di sopra di qualsiasi legge, i tatuaggi hanno uno speciale significato di vendetta, di ribellione e di esecuzione capitale verso categorie o persone ritenute responsabili di tutte le ingiustizie sociali di cui essi stessi si sentono vittime.
Il gergo è inafferrabile, misterioso, carico di memoria e provocazione, è una sorta di romanzo in cui parlano gli sfruttati e gli esclusi. Nella sua forma più avvertita il "gergo" tende a farsi racconto confessione, si afferma come il mezzo culturale di gruppi che cercano la loro lingua.
E’ una storia dell'Italia "bassa" e dell'Italia vista dal "basso" che trova strumenti per dire le istanze, le speranze, la rabbia del conflitto sociale che vive, per trovare sfogo alla protesta, all'ironia, alla invettiva e alla pietà. La vera lezione del gergo sta nella libertà delle sue invenzioni, la lingua "verde", come la chiamano i francesi, è dotata di una fantasia che ripropone le accensioni della metafora, l'estro della caricatura.
Nella sua forma più elaborata il gergo non si limita a definire l'oggetto e le persone, non si fissa in una forma di descrittivismo, ma giunge a cogliere criticamente, spesso nei toni del sarcasmo e ironia, le relazioni e le reazioni fra soggetti e persone.
Le invenzioni gergali in dialetto mostrano il marchio d'origine, il segno inconfondibile di umori, tradizioni proprie del panorama italiano.
Il Mirabella, antropologo, elenca nel linguaggio della camorra circa 4.500 voci, assai più di quello che si usano nel parlare quotidiano in lingua.
Nel linguaggio animato da una smania classificatoria che non si limita a rappresentare i tradizionali "topoi", del sottomondo di guardie e ladri, della vita e della morte, con una ambizione molto più elevata, rivaleggia con la civiltà "degli onesti", giungendo persino a elaborare una versione di preghiere in gergo.
Il coatto camorrista che prega in gergo tramuta in vocaboli spaventosi e blasfemi le espressioni sacre del "Pater Noster", "Ave Maria", "Gloria", "Credo" e "Salve Regina"(da: Malavita di E. Mirabella 1910 – Ed. Napoli).

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