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PSYCHOLOGY AND PSYCHIATRY OF A WAR (Eduard Klain ed.)
Zagreb, Univ. Medicine, agosto 1992 - Pagine 292, € 22.00

Il libro è stato scritto quando la guerra serbo-croata aveva già assunto il suo corso devastante. Nel comporlo dice Klain le difficoltà sono state enormi, quasi insormontabili, l’aiuto del Ministero Croato della Difesa è stato insostituibile, come pure lo è stato l’aiuto, nella traduzione, del prof. Vladimir Ivil.
Il libro si sostanzia di incontri con molti cittadini, con profughi, con soldati e con feriti, anche se è riuscito ad "esprimere solo una parte delle loro tremende sofferenze". Arrestarne almeno una parte in futuro è lo scopo dichiarato di questa fatica, medica e civile a un tempo.
Klain studia in particolare le manifestazioni dell’emozione in un popolo in guerra, il panico, la depressione, l’ansia di separazione, resi più acerbi da una guerra spietata non con un nemico ma con ex-amici.
L’elemento aggressivo (per es. nel caso di Vucovar) e quello regressivo, frequente nei giovani (Rambo-style behavior) vengono sottolineati vigorosamente; accanto alla cooperazione tra gente appartenente a diverse religioni e a quella tra medici e psichiatri-psicologi (cosa difficilmente immaginabile prima della guerra), si richiama realisticamente l’attenzione sulle profonde (e non certo transitorie) cicatrici lasciate nella mentalità della gente.
Le reazioni allo stress da combattimento sono studiate dal prof. Muačević e dal dr. Jukić (ambedue psichiatri all’Univ. di Zagabria e membri del Dipart. di Salute Mentale del Corpo Medico del Quartier Generale), i quali distinguono le reazioni individuali, quelle collettive e quelle di massa; efficaci le pagine destinate alla reazione allo stress da combattimento (senza peli sulla lingua) alla dinamica del crollo mentale, ai sintomi d’accompagno (solo il 2% ne sarebbero immuni): utile e indicativa la descrizione di 3 casi. Molto significative le tabelle riportate da altri contesti bellici (Israele nel Libano, Vietnam, Guerra Araba, etc.).
Gli stessi ora si occupano con pari perizia del "disturbo post-traumatico da stress”, descrivendone con esattezza (pag. 22) i criteri diagnostici, il quadro clinico e la prognosi.
Alla trattazione delle reazioni psicosomatiche (Sarajlic e Buzov, psicoterapeuti all’Univ. di Zagabria) ben lumeggiate nella loro fenomenologia anche dall’apporto di 4 preziosi esempi (tratti dalle due parti cronologiche della guerra), segue un capitolo breve validissimo sulle psicosi indotte, della psichiatra Vera Folnegović-Šmalc, anch’essa membro del Dipt. Igiene Mentale del Q. Gen. In particolare, basandosi sul lavoro del francese Montyel (1951), trasferisce il concetto di psicosi indotta nel contesto bellico, con pagine assai rilevanti (per es. la 51).
Komar, psicologo, tratta in un lungo e importante capitolo del comportamento ingannante in guerra, della simulazione e dissimulazione, dei vari tipi di comportamento (ricordo il mio con Semerari, '54, ma non diversi), della complessa diagnosi differenziale. E' davvero un capitolo prezioso, per notizie ed esperienza. Credo che sarebbe utile lettura anche per i nostri medici militari (a sentir anche mio figlio soldato ASA).
Lo studio dei gruppi, grandi e piccoli, in guerra è intrapreso dai prof. E. Klain e Liliana Moro in uno dei capitoli più significativi di questo volume, estremamente articolato e molto sensibile ai suggerimenti di Foulkes e di Bion. L'accenno di Klain alla Jugo come gruppo è quanto mai stimolante.
Il problema dell'alcoolismo in guerra (prof. Lang di Zagabria, dr. Dragica Kozarić) è esteso, preciso e con inevitabili riferimenti all'amico Vl. Hudolin, che dal '77 si occupa del problema, anche a livello internazionale. E' un capitolo completo e di grande rilievo, come pure lo è quello di Sakoman, sulle tossicomanie in guerra.
Il commento dei singoli capitoli sarebbe troppo lungo per una semplice segnalazione ai nostri lettori: mi basti qui ricordare il lungo capitolo dedicato al soldato ferito e alla sua riabilitazione fisica e psicologica (Hećimović, dell'Osp. Psich. Vrapce di Zagabria, conDubravka Ilić-Supek e Suzana Kulović), al peculiare capitolo sul soldato croato, sulla creazione dell'esercito croato, sull'evento di Vucovar sulla sua resistenza sovrumana, sui suoi aspetti disumani (psichiatra Vlado Jukić, psicol. Miroslav Komar), al complesso capitolo sui problemi psicopatologici posti dai prigionieri di guerra (prof. Mandić) sulle loro psicosi reattive, sensitive e da stress, e sulla voluta e tragica ignoranza del nemico delle regole internazionali stabilite per il trattamjento dei prigionieri. L'A., che mostra profonda e attendibile esperienza in proposito, è prof. di psich. alla facoltà di Zagabria, e mi sembra molto formato culturalmente.
Del pari da menzionare il contributo di De Zan sui disturbi mentali dei prigionieri di guerra irregolare nel Campo Manjaca, quelli sugli aspetti psicologici degli spostamenti (Vlasta Vizek-Vidović, psicologa, Ljiljana Moro e Vesna Vidović, psichiatra), nonché i brevi ma interessantissimi capitoli sul cittadino "sospetto", sul negoziatore, sul cittadino di fronte alla realtà della guerra, sulle professioni a rischio, in guerra (per es. reporters, lavoratori medici), sullo studio per la protezione della salute mentale in guerra (Klain), sulla guerra psicologica (Sokolić e Komar, psicologi e sociologi) e la propaganda, sul sostegno psicologico (Vučinić), sulla psicoterapia (capitolo molto ricco di Klain e Nada Anić) e la psicofarmacoterapia in tempo di guerra, sulla preparazione psicologica al combattimento e la valutazione della capacità di affrontarlo, e infine sull'organizzazione e funzionalità del Dipartimento di Salute mentale del Quartier Generale della Repubblica di Croazia.
E' un volume che si legge d'un fiato, vivo, palpitante, coinvolgente (qualunque si l'opzione politica del lettore) ogni psichiatra e psicologo, specie quelli che incontreranno le vittime e i partecipanti di questa tragica guerra.
Come è scritto mirabilmente nella prefazione del prof. Marijan Šunjić, Rettore dell'Univ. di Zagabria, questo libro va inteso come una guida, la prima del genere, per aiutare tutte quelle persone, danneggiate mentalmente, vittime o future vittime di questa guerra crudele e brutale: tutti, ma soprattutto i giovani, la cui reintegrazione (anche all'Univ.) non sarà né facile né rapida.
Il Rettore dell'Univ. di Zagabria chiude la sua prefazione con alcune righe di speranza per la ricostruzione di una società migliore e più umana.
Gli eventi successivi alla pubblicazione, esattamente un anno fa, hanno atrocemente smentito e stanno smentendo questo augurio e questa speranza. Ecco perché in un pallido conato di ottimismo ho sentito il dovere di recensire un tale volume importantissimo, frutto del volere di un popolo, e di segnalarlo ai lettori di questa rivista, che si richiama all'insegna dell'attualità. E nulla, mi pare, più bruciante e deludente di questa.
Bruno Callieri

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