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Nel Nulla Esserci. Il vuoto. La psicosi. L’incontro, Prefazione di B. Callieri
Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2012.

GILBERTO DI PETTA. UN’IDIOTA DELLA FAMIGLIA.

Sono condannato a vivere sempre al di là della mia esistenza,
al di là dei moventi e dei motivi del mio atto; sono condannato a essere libero.
Jean- Paul Sartre

Vivo, oggi, per esperire la vita, con l’orgoglio di esperirla ben profilata,
in ogni suo momento, nuda contro il nulla, e questa esperienza istantanea della vita
mi fa vivo e libero. Non ho carte, non ho bussole, non ho più guide,
né tra i maestri intellettuali, né tra i maestri clinici, né tra i folli né tra i savi.
Oggi sono solo un uomo, e finalmente un uomo solo. Solo e libero.
Gilberto Di Petta

A pochi mesi dalla scomparsa di Bruno Callieri, le edizioni Universitarie Romane danno alle stampe l’ultimo libro di Gilberto Di Petta. Di Petta, chi è costui?. Al dilemma di manzoniana memoria prova a rispondere, a modo suo, Riccardo Dalle Luche che, già recensendone i precedenti volumi, , tiene a precisare, con tagliente sagacia, che Di Petta, contrariamente al suo maestro Bruno Callieri che, fondamentalmente, è un grande comunicatore orale, è un grande scrittore.
Nella famiglia dei fenomenologi italiani, Gilberto occupa oggi un posto di notevole rilievo. Non solo per il contributo che sta offrendo in termini di diffusione di una cultura fenomenologica in ambito clinico e psicoterapeutico, barcamenandosi tra l’attività di responsabile dell’Unità Operativa Speciale di Comorbilità Psichiatrica che dirige nell’interland napoletano, e quella di formatore, supervisore, docente in vari ambiti accademici in territorio nazionale e internazionale.
Nella nota introduttiva che Callieri ha voluto donare, per l’ultima volta, a questo lavoro di Di Petta, intimiores intimo suo, c’è tutto, condensato in due sole pagine, l’incontro e il percorso di questi due grandi antropologi clinici, maestro e allievo, due generazioni distinte, entrambe sempre esposte ad una “straordinaria e irripetibile vertigine di libertà”.
E se il maestro ha ceduto alle “luminescenze della notte”, per l’allievo, la pubblicazione di questo testo rappresenta, per certi versi, un atto dovuto, un gesto di riconoscenza e affetto verso colui che è stato Wegweiser e “cuore pulsante” di un vasto stuolo di “psichiatri, psicologi, filosofi, pazienti, più o meno giovani, da tutte le parti del mondo, ribelli, fuoriusciti, irriducibili, incapaci di riconoscere nella pratica clinica attuale e nei modelli teorici alla moda, ansiosi di ritrovare il senso di quella scommessa che, a un certo punto della vita, ognuno di noi ha fatto, di andare verso la follia, per incontrarla di faccia.” (Di Petta, 2012).
Si può concepire una creazione di tal fattezza, in questo caso una raccolta di temi, idee, elaborati nei primi anni Novanta, seppur riproposti, riveduti e corretti in una versione più integrata, a patto che, afferma Sartre, l’essere creato si svincoli dal creatore, per raccogliersi in se stesso e assumere il proprio essere; in questo senso, ribadisce Sartre, un libro esiste contro il suo autore.
“Quale è la verità di un uomo oggi?”. Tale quesito serpeggia in tutta l’opera biografica incompiuta che Sartre dedica a Gustave Flaubert, L’Idiota della famiglia, ultima opera del filosofo francese, in cui in tremila pagine ricostruisce il complesso rapporto tra lo scrittore e la sua opera. Sulla domanda appunto del “perché scrivere?” si innesta il tema del destino e il suo necessario complemento: la libertà.
Gilberto sembra rispondere a tale domanda, come già ci ha abituati nei suoi scritti precedenti, affermando che scrive per sentirsi libero. Scrivere degli altri attraverso di sé, e di sé attraverso gli altri, marginali, reclusi, psicotici o tossicomani. Nessuno psichiatra o psicologo può pensare alla propria formazione, o meglio al proprio training formativo, senza la possibilità di accettare il rischio e la scommessa di sfidare il nulla. E se le pagine tutte sono intrise di nichilismo nietzscheiano, quand'anche di sfumature liriche di pessimismo leopardiano, lo scrivere di Di Petta procede all’interno e attraverso la sua personale e, a volte, contraddittoria esperienza vissuta.
Per Gilberto dunque “se l’uomo contemporaneo, rischia il fuori corso della storia, ovvero la sparizione di sé per la destituzione di senso del mondo, allora, forse la durezza dell’esperienza dei folli e dei soggetti marginali, vivi pur nella nientificazione continua del proprio essere-nel-mondo, può rappresentare, per chi intuisce, un significativo modello di sopravvivenza al nulla”.
Ripercorrendo Husserl, gli studi e gli esercizi fenomenologici di Lorenzo Calvi, Gilberto ripropone a chiusura (o apertura?) del suo lavoro, in una appendice metodologica, un suo articolo già apparso sulla rivista Comprendre, di cui è redattore capo, in cui affronta il tema del vissuto del vuoto, del paziente e dello psichiatra, e sulla necessità di un confronto con questo vuoto, un vero e proprio atteggiamento fenomenologico al vuoto che tramite l’epochè consente l’emergere di legami intersoggettivi ed intercorporei forieri di quella trasformatività psicoterapeutica, di cui si è fatto egli stesso, negli ultimi anni, fervente sostenitore, nonché indefesso e pioneristico applicatore in ambito gruppale nel Centro che dirige a Napoli.
Riprendendo Sartre e il “caso Flaubert”, accade che riemerga, inevitabilmente, dalla scrittura di Gilberto, il rapporto tra determinismo e libertà, o più precisamente, il rapporto tra destino e soggettivazione, tra costituzione (costitution) e personalizzazione (personnalisation), e che quindi, “un soggetto non è mai una sostanza che causa se stessa, un ens causa sui, ma è un effetto di condizionamenti esercitati su di esso dall’Altro familiare, dall’Altro storico-sociale, è il prodotto degli incontri fatti, dei traumi subiti, delle vicissitudini infantili del suo desiderio” (Recalcati, 2009). Gilberto non ne fa affatto segreto, vagando, immergendosi e riemergendo dalle “strette e larghe maglie” della sua analisi personale.
L’esserci, nel nulla, e fare, in qualche modo, esperienza-del-nulla, diventa per Di Petta l’unica ancora di libertà, l’unica possibilità di salvezza alla omologazione imperante, che impedisce all’”uomo normale” di vivere nel rischio, nella scommessa e nella perdita. La libertà di non essere più nulla può, tuttavia, incarnarsi come libertà di autodeterminazione, pur nella transitorietà e precarietà e di “scelta dei assumersi la responsabilità del proprio istante ontologico”.
Di Di Petta si può senz’altro affermare che sia uno “spirito libero”, o per dirla con Nietzsche, un “avventuriero e circumnavigatore” di quel mondo interno che si chiama “uomo”. Per riprendere Binswanger, “chi ha circumnavigato l’ampiezza del mondo della vita umana, misurato e stimato le altezze e le profondità della sua gerarchia, transvalutato, intaccato o rovesciato i valori ancora in vigore per i contemporanei, ma già decrepiti, al modo di Ibsen e Nietzsche, la cui vita fu non solo lotta, ma anche-in suo luogo-passione?”
Nel procedere nella lettura dei percorsi intrapresi da Gilberto nel suo ultimo lavoro, si ha a volte la sensazione di procedere verso l’alto: in altezza si possono certo percorrere vie traverse, perdersi e trasgredire e a tratti, smarrirsi salendo. Si ha quindi la sensazione di smarrimento per il lettore che vede l’autore in un certo senso in vantaggio su di lui e scomparire al suo sguardo. Il lettore allora prova un senso di angoscia per lui e un senso di vertigine che diviene co-vissuta. In questa verticalità antropologica viene alla luce il totalmente nuovo o, se è lecito, nel Nostro, il sentore di un’aura di genialità non consueta, intrisa di intensa partecipazione affettiva e di tutti quegli elementi patici di cui parla Masullo. Per il lettore, certo, una blanda esperienza traumatica, direbbe Correale, da cui si esce, o a cui si approda, comunque, irreversibimente trasformati.

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